SVIZZERA: IL CAMBIAMENTO È IN CORSO

Intervista al Segretario Generale della CCIS Fabrizio Macrì

La Camera di Commercio italo-svizzera fondata nel 1909 ha tre sedi Zurigo (centrale), Ginevra e Lugano e nella graduatoria delle performance si è classificata al primo posto nelle ultime quattro edizioni. Fabrizio Macrì è il Direttore dal 2012, ma lavora nella CCIS dal 2007. La CCIS è una camera a partnership pubblico-privata riconosciuta dal Governo italiano con lo scopo di offrire consulenza e sostegno agli esportatori e investitori italiani sul mercato svizzero. Fabrizio si occupa di sviluppo dell’export e della due diligence di PMI in fase di internazionalizzazione e le sue competenze maggiori sono nel settore dei consumer goods e dell’hi-tech in particolare nel processo di matching tra Start-up innovative e Investor. Attualmente, le autorità federali e cantonali garantiscono dei supporti particolari ai progetti che generano nuovi posti di lavoro e a quelli ad impatto ambientale limitato. Particolarmente interessanti sono gli incentivi previsti da alcune Regioni quali San Gallo, Jura, Berna, Neuchâtel. Nonostante le limitate dimensioni del paese, questo mercato assorbe quasi lo stesso valore di merci italiane assorbito dalla Spagna. La chiave dell’importanza del mercato svizzero per l’Italia sta nella sua centralità nell’economia internazionale, la capacità della Svizzera di essere piattaforma internazionale per lavorazioni e servizi ad alto valore aggiunto che si traducono poi in “riesportazioni” di prodotti italiani su mercati terzi. Per approfondire ulteriormente ogni aspetto la CCIS ha naturalmente un sito web (www.ccis.ch), e cerca di soddisfare in modo pragmatico le esigenze delle aziende che ad essa si rivolgono.

Il brand Made in Italy parla a un consumatore straniero di qualità, eccellenza e dinamicità ma se si va ad analizzare bene i dati si viene a scoprire che la quota di imprese italiane che esportano regolarmente non supera il 30% del totale e una gran parte della nostra economia è costituita invece da settori ‘non traded’. Un Paese volto veramente al futuro non può continuare a convivere con due sistemi opposti. Cosa potrebbe fare l’Italia per iniziare a spostare pesantemente la sua economia e cultura più verso l’export?

Questo tema dell'”emersione all’export” e cioè di aiutare le aziende non esportatrici a farlo per la prima volta è un tema molto attuale. Credo sia utile perché serve a ridurre la polarizzazione tra winners e losers della globalizzazione diffondendo su un numero più ampio di imprese i vantaggi dell’export. Come farlo è molto più complesso: certamente non basta aumentare le occasioni di b2b: se vieni buttato in una fiera carica di buyer internazionali e fino a quel momento hai solo venduto nella tua provincia, non ti stanno facendo un favore: il rischio è di esporre l’azienda al ridicolo invece di aiutarla. Credo che le chiavi siano due:

1. Formazione tecnica ma non solo. Bisogna che si sviluppi un’attitudine all’export ed allo sviluppo di rapporti internazionali. Questo comporta spesso l’assunzione di figure giovani che abbiano già maturato una significativa esperienza di studio e lavoro all’estero. Se vuoi vendere nel Mondo devi avere anche una mentalità globale. Devi respirarlo il Mondo, conoscerlo, essere al passo con i trend e parlarne il linguaggio, prima di vederlo come un semplice mercato. Inoltre, nelle PMI italiane dovrebbe essere dato più valore alla formazione economica accanto a quella tecnica dei collaboratori. In genere accanto a figure altamente specializzate dal punto di vista tecnico ci sono persone prive di una formazione commerciale ed economica che invece in un mercato globale competitivo e complesso, fornirebbe loro i metodi di analisi necessari per competere e meglio posizionarsi.

2. Sviluppo della domanda interna. Il mercato interno è fondamentale e ti consente di fare grandi numeri arrivando con le spalle più grosse sui mercati internazionali. Le aziende migliori che ho conosciuto sono quelle che hanno in Italia referenze importanti e sono abituate a lavorare con committenti industriali grandi e medi in Italia. per le aziende che non hanno queste referenze sul mercato interno lo Stato potrebbe fare molto orientando la domanda a sostegno dei fornitori italiani in settori di punta della globalizzazione. Un piano di investimenti pubblici selettivo orientato a sostenere domanda in settori ad alto valore aggiunto ed a favore di aziende piccole con poca esperienza per qualificarle come fornitori di alto livello di grandi aziende partecipate dal pubblico ad esempio, potrebbe essere un modo per attrezzare molte più aziende del 30% attuale ai mercati internazionali. Per esempio il Gruppo ENI nei decenni scorsi ha fatto esperienze di questo tipo nel Mezzogiorno, ottenendo risultati eccellenti.

Anche in Svizzera si sta assistendo a un rallentamento abbastanza evidente, tuttavia il trend premia piccole fasce di mercato riguardanti i beni di lusso e i servizi legati all’hi-tech e alla digitalizzazione. Questo fatto come potrebbe essere interpretato? È un segnale valido per tutti e in particolare per l’Italia, oppure è un fenomeno solo svizzero?

Credo siano due fenomeni diversi. La propensione svizzera all’acquisto di beni di nicchia e del lusso in una fascia alta di mercato dipende dall’alto potere di acquisto medio della popolazione e da una ricerca di qualità che caratterizza il consumatore medio svizzero. Il fenomeno della digitalizzazione e dell’aumento dell’intensità tecnologica dei processi è certamente un fenomeno globale di cui l’Italia deve prendere atto e cercare di adattarsi per trarne profitto senza viverla come una minaccia. La differenza tra Italia e Svizzera sta nel fatto che, mentre la Svizzera è economicamente (non culturalmente) un paese omogeneo dotato di una chiara strategia paese orientata all’innovazione ed alla competitività, in Italia si discute di più. Non è necessariamente un fenomeno negativo: l’Italia è un paese ricchissimo culturalmente che affonda le proprie radici in una storia gloriosa ed antica dove le scuole e le università italiane formano uomini dotati di opinioni e spirito critico, non solo strumenti di lavoro. La formazione italiana è ricca e carica di significati umanistici non solo tecnici e il fatto che i nostri giovani quando vanno all’estero raggiungono spesso posizioni di rilievo nella società, è una conferma della bontà del nostro sistema educativo. Credo sia una sfida bella e appassionante richiamare alcuni dei nostri talenti all’estero per costruire insieme a loro una coerente strategia per consentire al nostro Paese di sopravvivere nella globalizzazione e di trarre profitto non solo dall’apertura dei mercati ma anche dalle possibilità di investimento nella tecnologia e di educazione della popolazione ad un suo uso intelligente. La Svizzera è un Paese piccolo e concreto che accetta i fenomeni per come si presentano e cerca di trarne vantaggio, rappresenta per molti versi un esempio da imitare e un invito alla semplicità.

La Svizzera è vista principalmente come ‘forziere del mondo’ grazie alle sue banche che hanno abbandonato da un po’ di tempo il classico approccio e/o modello e le ultime notizie dicono che le strategie andranno sempre più verso quattro fattori: robotics, safety, digital health, real estate. Questi cambiamenti importanti segneranno il passo. Come influiranno sulle imprese italiane? Dovranno cambiare anche loro di conseguenza e se sì come?

Io credo che l’Italia a livello macro debba proseguire sulla strada della defiscalizzazione degli investimenti in tecnologia per mobilitare subito investimenti privati in settori traino dell’economia globale. Un grande Paese come il nostro deve avere l’ambizione di essere leader non solo nei settori tradizionali dove soffriamo la concorrenza dei paesi a basso costo della manodopera ma anche nei settori ad alta tecnologia. Per me una priorità sarebbe anche una radicale semplificazione e defiscalizzazione per le nostre imprese magari dando la precedenza a quelle più dinamiche ed esposte alla concorrenza internazionale o a quelle impegnate in settori strategici, in modo da creare un circolo virtuoso in termini di specializzazione nei settori ad alto valore aggiunto e liberare altre risorse private per assumere attingendo dal grande bacino di manodopera qualificata che sfornano le università italiane. A livello micro, inoltre, anche le imprese hanno bisogno di fare un salto culturale: per stare sui mercati oggi non puoi pensare solo al prodotto come un buon artigiano, ma anche curare i processi di logistica in ingresso, di qualità interna e di logistica in uscita e poi di after sales, in cui ad esempio sul mercato svizzero i tedeschi ci surclassano. In sostanza se scompare il mercato, hai un bel produrre. La Svizzera che va specializzandosi in settori altamente tecnologici rappresenta una sfida vicina che dobbiamo cogliere: non ci manca nulla per farlo, anzi.

Ho osservato che la Svizzera negli ultimi anni ha investito molto nella sua nuova immagine, tant’è che è diventata nuovamente e forse più attrattiva (nonostante lo stop fisiologico recente) per il suo incedere sulla sostenibilità e la trasparenza. Alle recenti elezioni i Verdi, le donne e i giovani hanno fatto un fortissimo passo in avanti. Alle imprese italiane è stato chiesto un cambiamento in questo senso? Se sì quale o quali?

La Svizzera è molto ricettiva verso le innovazioni tecnologiche che consentono minori emissioni, risparmio energetico e recupero ambientale/urbanistico.

Molto spesso le tecnologie che la Svizzera acquista ad esempio sul fronte del ciclo dei rifiuti sono italiane. In alcuni casi la tecnologia italiana all’avanguardia fa funzionare gli impianti di incenerimento più puliti al Mondo che si trovano proprio in Svizzera ed in altri Paesi europei. Le aziende italiane non hanno bisogno di capire molto: sono attente ed arrivano spesso per prime nei settori più avanzati. Il loro problema è che sono piccole, poco strutturate, senza risorse finanziarie: hanno bisogno di un supporto strategico e finanziario che consenta loro di fare massa critica e vedersela con i più grandi competitor tedeschi o francesi. Una leva pubblica di domanda interna utilizzata in modo strategico verso settori ad alto valore aggiunto potrebbe essere un modo per cambiare passo. Del resto non si vive di solo export. Il mercato interno è fondamentale: referenze importanti sul mercato interno rappresentano infatti e senza dubbio il passaporto migliore per presentarsi con maggiore successo su mercati esteri difficili e competitivi come la Svizzera.

Sono sempre sicuro che in ogni luogo ci sia uno spazio vuoto da riempire con un’idea. Data la sua esperienza, potrebbe suggerire alle imprese italiane qualche idea che potrebbe stupire gli svizzeri o qualche settore anche di nicchia che potrebbe essere occupato con un cambio di strategia?

Non lo so. Il mercato è imprevedibile ed in continua evoluzione e spesso mi è capitato di assistere ad imprese che in Svizzera hanno avuto un grande successo con prodotti ai quali non avrei attributo grandi possibilità. Quello che posso dire è che in questi anni ho imparato a riconoscere nei consumatori e nelle controparti commerciali svizzere una grande concretezza. Quando ci si relaziona con questo mercato si deve essere umili e tenere a mente che la controparte deve percepire un vantaggio immediato nell’avviare una relazione con noi. Gli svizzeri vogliono capire dove sta il loro vantaggio nel lavorare con un’azienda italiana piuttosto che con quella di un altro paese. Mettiamoci nei panni dei nostri interlocutori: aiutiamo a rivendere il prodotto, diamo loro argomentazioni concrete per aiutarli a farlo. Sviluppiamo con gli svizzeri delle partnership di lunga durata e respiro piuttosto che dei semplici rapporti cliente-fornitore.

Autori:
Elvio Bordignon
Margherita Chiara Immordino Tedesco

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