La tesi del complotto

 

Le annunciate misure di aumento della spesa pubblica che nelle previsioni del Governo Italiano dovrebbero portare il rapporto deficit PIL al 2,4% generano molta instabilità sui mercati ed hanno portato lo spread da 130 a 300 in pochi mesi.

Apparentemente la preoccupazione dei mercati appare ingiustificata perchè, se ci limitiamo all’analisi delle crude cifre, effettivamente la media del deficit reale (non quello previsto dal Governo) dell’Italia nel corso dell’ultima legislatura è stato del 2,6% quindi superiore a quello obiettivo fissato dall’attuale Governo per il 2019. Inoltre il debito in valore assoluto è aumentato di 350 miliardi e il rapporto debito/PIL dal 116,5% del 2011 al 131,5% del 2017.

Questo confronto genera il dubbio diffuso nella pubblica opinione che effettivamente vi sia un’ostilità preconcetta da parte delle istituzioni internazionali nei confronti dell’attuale Governo. Tale ostilità porterebbe a delle incaute dichiarazioni ostili al Governo in  modo particolare da parte di UE e FMI, le quali genererebbero a loro volta sfiducia negli investitori e metterebbero l’Italia sotto pressione attraverso l’aumento del differenziale dei rendimenti dei nostri titoli di stato su quelli tedeschi (lo spread). Su questo dubbio si costruiscono tesi complottiste del mondo della finanza contro il nostro Paese.

 

Una lettura più attenta dei dati smonta la tesi del complotto.

 

Se è vero che la media del deficit è stata del 2,6 tra il 2014 ed il 2017, è anche vero che la tendenza è stata calante per tutta la scorsa legislatura, dato che il deficit è passato dal 3,0% del 2014 al 2,3% del 2017.

Se è vero inoltre che il valore assoluto del debito è aumentato di 350 miliardi dal 2011 ad oggi, è anche vero che dopo il grosso balzo in avanti verificatosi a cavallo dei governi  Monti e Letta (dal 116,5% al 129,0%), dal 2014 in poi (Governi Renzi e Gentiloni), pur essendo il debito aumentato in valore assoluto di 119 miliardi, il rapporto debito/PIL si è sostanzialmente stabilizzato se non lievemente ridotto, passando dal 131,8% al 131,5% nel 2017: all’aumento in valore assoluto del debito infatti è corrisposta una crescita più che proporzionale  del PIL. Un deficit in calo ed un rapporto debito/PIL in frenata sono stati quindi due segnali tranquillizzanti per gli investitori che hanno consentito una permanenza dello spread sotto i livelli di guardia. L’interruzione di questa tendenza prima di tutto nelle dichiarazioni sui social e ai media, rappresenta invece un segnale di allarme che si ripercuote immediatamente sullo spread quindi sul costo futuro del nostro debito. Sembrerebbe non un complotto quindi ma una questione di segnali.

 

 

Il peso del passato: come la spesa per interessi sta frenando la crescita

 

Quanto siano decisivi nel caso italiano questi segnali che si lanciano ai mercati e quanto siano incaute alcune dichiarazioni fuori controllo, lo dimostra anche un’analisi più accurata delle cause del nostro debito pubblico soprattutto dal Governo Monti in poi.

Se infatti può apparire paradossale che proprio negli anni del Governo dell’austerità, il debito pubblico abbia subito una forte impennata e sorga la tentazione di attribuirne le cause a politiche recessive che impedendo al PIL di crescere, tendono a far aumentare esponenzialmente il rapporto debito/PIL, in realtà i  numeri ci raccontano un’altra storia.

In Italia, dal 2008 in poi, si è avuta una gestione nel complesso virtuosa della spesa pubblica che ha portato ad avere un avanzo primario (entrate meno uscite al netto della spesa per interessi) superiore a quello di molti altri paesi europei incluse la Francia e la Germania. La  crescita però è partita solo nel 2014, pur nel mantenimento di un avanzo primario in linea con quello degli anni precenti. La combinazione di crescita ed avanzo primario tra Renzi e Gentiloni ha quindi consentito di tenere a bada il rapporto debito/PIL che come abbiamo visto ha frenato fino a calare leggermente nel 2017, come non succedeva dai tempi dell’ultimo Governo Prodi nel 2007.

Se la gestione della Spesa quindi è stata nel complesso prudente, l’anomalia italiana è data proprio dalla spesa per interessi che risulta essere il fattore di gran lunga più incisivo nel determinare l’aumento dello stock di debito. Lo zaino del debito continua a generare altro debito attraverso la spesa per interessi. Ogni aumento dello spread quindi, che genera un aumento in conto interessi del debito ne accresce il peso. L’aumento degli interessi rappresenta un freno alla crescita perchè lega le mani del Governo che per contenere il debito spinto verso l‘alto dai crescenti rendimenti, deve aumentare l’avanzo primario e spendere meno per investimenti produttivi e sostegno alla domanda. I Governi Monti e Letta ad esempio che ereditarono uno spread alto videro crescere il debito in modo netto non (solo) perchè furono costretti ad adottare misure di austerità in una fase già recessiva, ma anche e soprattutto perché dovettero pagare ai creditori gli altissimi rendimenti ereditati dal passato.

Per l’Italia è insomma essenziale tenere a bada lo spread perchè causa prima dell’aumento degli interessi che sono a loro volta il primo fattore di aumento del debito del Paese e quindi il primo freno alla spesa che si potrebbe utilizzare per la crescita invece che per pagare ai creditori rendimenti così alti. L’analisi dei dati storici sembra suggerire che agli occhi di chi acquista i nostri titoli insomma, conti non tanto il valore pecentuale del deficit, quanto la tendenza a crescere o diminuire dello stesso e le dichiarazioni dei governanti che riflettono la volontà del Governo di mantenere il debito del Paese a livelli sostenibili. In assenza di tagli strutturali alla Spesa Pubblica ed aumenti di tasse infatti, ogni misura espansiva che vada ad erodere l’avanzo primario, deve essere direttamente connessa agli investimenti produttivi ed alla crescita, affinchè non venga interpretata dal mercato come spesa destinata a fare debito  e non PIL. Anche le dichiarazioni dei governanti quindi devono inquadrarsi in questo solco di sostenibilità se non vogliamo che tutti i margini di spesa che abbiamo per favorire la crescita e l’occupazione vengano erosi dal costo generato dallo spread e dagli alti rendimenti da pagare ai nostri creditori.

Gli altri Paesi europei che hanno uno stock di debito largamente inferiore al nostro e comunque al di sotto del valore del loro PIL, non hanno avuto bisogno negli ultimi 25 anni di contenere la Spesa nella misura in cui l’abbiamo fatto noi ed hanno avuto avanzi primari inferiori al nostro, ma hanno potuto investire di più sulla crescita, tenendo così il rapporto debito/PIL sotto controllo.

Lo spread insomma incide in modo concreto sulla vita delle persone ed il fatto che nasconda meccanismi non immediatamente comprensibili ai più, non ci consente purtroppo di ignorarla  o di liquidarla come frutto di un complotto anti-italiano.

 

 

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