Competitività, inclusione e sviluppo sostenibile: può il sogno di Olivetti liberare dalla paura una generazione e metterla al lavoro?

Il rinnovato dinamismo dell’Italia sui mercati internazionali

Le esportazioni dell’Italia nel 2017 sono aumentate del  7,4%, solo Corea del Sud e Olanda hanno fatto meglio. Tra il 1998 ed il 2016 in regime di cambio controllato e poi nella moneta unica le nostre esportazioni sono quasi raddoppiate.

Secondo uno studio di SACE tra il 2010 ed il 2017 l’export è stata l’unica delle 4 componenti della domanda (le altre sono Consumi, Investimenti e Spesa pubblica) ad aver influito positivamente sulla crescita.

Ci sono inoltre segni di un cambio di specializzazione delle nostre esportazioni che vanno concentrandosi  nei settori ad alto valore aggiunto; ad un tasso superiore del 9% sono cresciute infatti la farmaceutica e la meccanica mentre sono cresciuti a tassi inferiori al 9% i settori agroalimentare e moda.

I mercati extraeuropei  sono quelli più dinamici, sebbene l’UE assorba ancora il 55% delle nostre vendite all’estero.

L’Italia dal suo ingresso della moneta unica ad oggi ha dimostrato quindi un grande dinamismo sui mercati internazionali che le ha consentito :

  • di mantenere la nona posizione tra i maggiori esportatori mondiali nonostante la crescita dei grandi mercati emergenti;
  • di mutare la sua specializzazione produttiva in favore dei beni a maggiore valore aggiunto ed intensità tecnologica;
  • di rafforzarsi sui mercati extra-europei a dimostrazione della sostenibilità della moneta unica per la nostra industria esportatrice.

Questi anni hanno dimostrato che l’export, se adeguatamente sostenuto e stimolato strategicamente da coerenti politiche promozionali, settoriali e fiscali, potrebbe diventare nei  prossimi anni un’ancora più portentosa leva di sviluppo economico.

 

Ma siamo ancora un’economia relativamente chiusa

Tuttavia per incidenza strutturale del valore dell’export totale sul PIL, che in Italia è al 29%, il  nostro Paese risulta essere  il fanalino di coda tra le maggiori economie europee di simili dimensioni: in Germania lo stesso rapporto è al  46%, In Spagna al 33% ed in Francia al 30%.

Questi numeri ci dimostrano quindi che la vocazione esportatrice dell’Italia non si è ancora dispiegata a pieno e che ancora grande potrebbe essere il suo sviluppo  ed il suo impatto sul PIL.

 

Le contraddizioni della globalizzazione e la sfida del protezionismo

Tuttavia in Italia come in quasi tutti i paesi occidentali, sempre meno le politiche pubbliche sembrano essere orientate alla crescita dell’apertura economica, ma al contrario tendono ad una stretta protezionista destinata ad avere effetti  recessivi sia sull’export degli stessi paesi protezionisti che sul tasso di crescita complessivo della domanda globale e del PIL.

Se da un lato infatti la crescente apertura dei mercati, ha avuto un impatto positivo sull’export,  dall’altro ha innescato, specie nei paesi avanzati come l’Italia, delle tensioni sociali legate a due ordini di problemi :

  1. l’introduzione di nuove forme di diseguaglianza anche all’interno delle stesse categorie sociali, generando una forte polarizzazione tra imprenditori capaci di adattarsi al nuovo contesto competitivo grazie ad investimenti in tecnologia, forza lavoro, logistica e marketing e imprenditori legati più al mercato interno che non hanno visto arrivare l’ondata competitiva e sono rimasti specializzati in settori maggiormente esposti alla concorrenza dei paesi a basso costo della manodopera . Una diseguaglianza che si è riflettuta anche sui lavoratori che sono stati formati o hanno sviluppato le necessarie competenze economiche e tecnologiche e coloro che invece hanno mantenuto un profilo e delle competenze non più richieste dal nuovo mercato globale ;
  2. il forte sviluppo dei Paesi emergenti in particolare nel Sud Est asiatico però, spesso a condizioni di non reciprocità nel commercio internazionale e nei flussi d’investimento, che ha accentuato lo shock competitivo su alcuni settori e categorie di lavoratori nei Paesi avanzati.

La linea di demarcazione quindi tra classi sociali si è spostata ed è diventata trasversale; non esiste più un conflitto tra chi possiede le imprese e chi vi lavora ma tra imprese e lavoratori competitivi in grado di stare sul mercato globale cogliendone le grandi opportunità e chi invece ne è stato tagliato fuori, subendo un processo di impoverimento graduale.

 

Competitività e solidarietà sociale sono compatibili

Quei paesi avanzati che meglio hanno saputo ingrandire l’area dei settori vincenti e ridurre l’area dei settori perdenti sono quelli che stanno vincendo la sfida della globalizzazione (Germania, Paesi Scandinavi, Olanda, Canada).

La ricetta insomma per sfidare le mutate condizioni di apertura dei mercati del commercio, dei capitali finanziari e degli investimenti industriali, sembra essere quella di coniugare in modo equilibrato la competitività con politiche di inclusione nel sistema di chi non ce la fa o è in ritardo.

Politiche dunque tese il più possibile ad allargare l’area che può beneficiare dei vantaggi della globalizzazione e a limitare l’assistenza a quella parte (che deve diventare minoritaria) di imprese e lavoratori che ne vengono esclusi.

In Italia questo significa concentrare le risorse disponibili su quei settori industriali a maggiore potenziale di crescita sui mercati internazionali, favorendo qui investimenti ed assunzioni e l’allargamento della platea delle imprese in grado di esportare regolarmente (in Italia ad oggi solo il 25% del totale a fronte del 45% in Germania); rendere eccellenti i servizi turistici, migliorando formazione ed infrastrutture funzionali a questo obiettivo e semplificare nettamente il rapporto tra impresa e Pubblica Amministrazione per favorire non solo l’avvio di attività locali ma anche l’attrazione di attività imprenditoriali dall’estero.

Più veloce e strutturale sarà la strada intrapresa in questa direzione e minore sarà il peso della spesa necessaria (e doverosa, oltre che utile al sostegno della domanda aggregata) destinata a sostenere i redditi di chi rimane fuori dal processo di crescita indotto dalla globalizzazione.

Questa impostazione è chiaramente non compatibile con una visione protezionistica dell’economia o nostalgica di una presenza massiccia dello Stato nella gestione dell’impresa.

 

Capire le ragioni di protezionismo e sovranismo

Tuttavia una visione pragmatica di quanto sta avvenendo nel Mondo e dei rapporti di forza tra economie che si vanno delinenando in cui l’Italia (specie in un contesto di graduale indebolimento dell’UE sulla scena mondiale) non è certo favorita, ci obbliga ad una riflessione più ampia che mette anche in discussione un’impostazione dogmaticamente « aperturista » che le classi dirigenti occidentali hanno seguito dagli anni ’90 in poi.

Il sistema di libero accesso di merci ed investimenti tra Paese funziona solo se le condizioni di partenza anche se non identiche sono per lo meno simili.

Specie i paesi in via di sviluppo non possono sperare di accedere ai nostri mercati nel totale mancato rispetto di regolamenti a tutela dell’ambiente, dei lavoratori e ancora peggio in condizioni di mancanza di reciprocità, come è regolarmente avvenuto negli ultimi anni a vantaggio della Cina ed a svantaggio degli Stati Uniti.

Reagire con sdegno alle politiche protezionistiche di alcuni governi, limitandosi ad elencarne gli effetti recessivi e l’inefficacia non è sufficiente ; se non vogliamo scadere nel protezionismo e nella chiusura dettata dalla paura dei ceti svantaggiati che si riflette sulle scelte politiche dei governi sovranisti, dobbiamo affrontare alla radice le fonti di squilibrio del sistema economico globalizzato: la mancanza di reciprocità è certamente una di queste.

La stessa reciprocità la dobbiamo pretendere all’interno dell’Unione Europea in cui Francia e Germania in più di un’occasione hanno danneggiato l’Italia desiderosa di investire in asset strategici sui loro mercati (il Gruppo FIAT in Opel nel 2009 e Fincantieri in STX nel 2017). Due casi in cui per ragioni politiche le due nazioni leader dell’Europa hanno tradito i principi fondanti del mercato unico.

 

Un nuovo modello di sviluppo è possibile? Il sogno di Olivetti

Ed infine ritengo sia doveroso prendere atto del fatto che questo sistema di sviluppo economico, se può diventare, grazie agli interventi indicati, socialmente accettabile, rischia di non essere più ambientalmente sostenibile.

Anche il riscaldamento globale, la sovrappopolazione e l’esaurimento di risorse vitali come l’acqua sono all’origine dei massicci flussi migratori che premono sull’Occidente. Ecco perchè, se il primo livello di policy deve concentrarsi, come già detto, sulla capacità del Paese di sopravvivere nella globalizzazione, credo che il secondo debba dispiegarsi a livello europeo, e nei consessi internazionali di cui facciamo parte per un’alleanza delle maggiori economie a favore di un sistema economico che incentivi attività a basso impatto ambientale ed un consumo ragionevole delle risorse naturali.

Questo secondo grande obiettivo, lungi dall’essere solo un modo per limitare i danni dell’attuale sistema di sviluppo, dovrebbe configurarsi come un ideale nobile attorno al quale raccogliere sogni e speranze di un’intera generazione; una nuova idea di convivenza tra gli uomini non basata sulla massima produttivita ed il massimo consumo ma su una condivisione di valori di sostenibilità, qualità della vita e rispetto dell’uomo.

Forse Adriano Olivetti, esponente del capitalismo italiano più illuminato può suggerirci i contorni di questa nuova visione con questa frase da lui pronunciata negli anni ’50.

“Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti? Non vi è al di là del ritmo apparente, qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica? C’e un fine nella nostra azione di tutti i giorni a Ivrea come a Pozzuoli..il fine è la realizzazione di un’impresa di tipo nuovo al di là del socialismo e del capitalismo…la nostra Società crede nei valori spirituali nei valori della scienza, dell’arte, della cultura, crede infine che gli ideali di giustizia non possano essere estraniati dalle contese ancora in eliminate tra capitale e lavoro. Crede soprattutto nell’uomo, nella sua fiamma divina, nella sua possibilità di elevazione e di riscatto”.

Una ragione per lavorare e vivere che può entusiasmare i nostri migliori giovani e i loro figli.

1 Comment

  • Cesare Saccani Posted 22/09/2018 6:56 PM

    Prendo spunto da due frasi incluse nel tuo articolo:
    “Il sistema di libero accesso di merci ed investimenti tra Paese funziona solo se le condizioni di partenza anche se non identiche sono per lo meno simili.
    Specie i paesi in via di sviluppo non possono sperare di accedere ai nostri mercati nel totale mancato rispetto di regolamenti a tutela dell’ambiente, dei lavoratori e ancora peggio in condizioni di mancanza di reciprocità, come è regolarmente avvenuto negli ultimi anni a vantaggio della Cina ed a svantaggio degli Stati Uniti.”
    Il tema di ridurre le condizioni di partenza della concorrenza internazionale è, a mio parere, il vero obiettivo di fondo se si desidera creare le condizioni di una globalizzazione che genera meno distorsioni e squilibri tra le diverse parti del pianeta ormai irreversibilmente interdipendenti tra loro.
    Ci si può chiedere come sia possibile che in Pakistan o in Bangladesh si riesca a far applicare regole e norme per tutelare meglio i lavoratori sotto il profilo dei diritti umani o della sicurezza dei lavoratori o ancora della tutela dell’ambiente.
    Eppure in questi paesi le leggi esistono e non sono troppo distanti da quelle dei paesi sviluppati. In India leggi come il Factory Act oppure il BOCW (focus sulla sicurezza nei cantieri edili) non sono troppo distanti da leggi in vigore in Europa.
    La strategia della normativa cogente e dei controlli da parte dell’Amministrazione Pubblica è certamente ineludibile anche se non sempre è efficace (come si vede spesso anche in Italia).
    Esiste tuttavia una via non alternativa ma complementare e non si base su approccio regolamentari e sanzionatori ma su meccanismi del tutto competitivi e più virtuosi se guidati propri dai paesi sviluppati.
    Da decenni la dottrina aziendalistica si divide tra il Paradigma dello Shareholder Value e il paradigma della Stakeholder Theory.
    Io penso che mai come in questo modo ci sia una spinta proveniente dai mercati che deve essere incoraggiata sfruttando proprio la linfa vitale della globalizzazione: la circolazione delle informazioni.
    Quando il Rana Plaza crollò a Dhaka provocando centinaia di morti, operai impiegati in aziende di abbigliamento che non degnavano attenzione ad alcun diritto e sono stati trovati capi di abbigliamento di Walt Disney o di Walmart gli avvocati americani, sfruttando le pieghe dello Serbanes Oxley Act, hanno intentato e vinto class action perchè le aziende non si sono tutelate da rischi lungo la catena di fornitura (sempre più allungata).
    Da quel momento è partito un processo in cui i grandi marchi della distribuzione e dei beni di largo consumo (abbigliamento, scarpe, pelli) hanno messo in moto meccanismi di valutazione e qualifica dei fabbricanti a cui affidano in outsourcing le proprie forniture nei quali entrano sempre più in profondità elementi di valutazioni relativi ai rischi di social compliance, salute e sicurezza, ambiente e fair business.
    Nel mondo della standardizzazione la norma ISO 26000 ha fornito una linea guida per la CSR (Corporate Social Responsibility).
    Il GRI (Global Reporting Institute) promuove a livello mondiale una linea guida per la pubblicazione di Rapporti di Sostenibilità.
    L’OCSE, nel febbraio scorso, ha pubblicato una linea guida per la due diligence nella valutazione di fabbricanti di abbigliamento e calzature.
    Marchi e schemi di certificazione di sostenibilità (soprattutto l’aspetto sociale) si sono moltiplicati.
    Esiste quindi una via di carattere premiale a incentivare l’adozione di pratiche virtuose nel rispetto dei diritti umani, della salute e sicurezza, tutela dell’ambiente e fair business che si pone a complemento degli approcci regolamentari.
    Per troppo tempo queste idee si sono risolve principalmente in convegni, seminari e grandi dichiarazioni di intenti su codici etici e di condotta.
    Ora finalmente il processo sta accelerando e prendendo forma sia pure ancora in modo disordinato.
    Cercando di sviluppare le idee di Fabrizio penso che sia venuto il momento di assecondare con sempre maggior vigore la diffusione di queste buone prassi competitive mettendo in moto meccanismi di tipo premiale e di controllo sulla responsabilit sociale lungo la catena di fornitura.
    In un mondo in cui la finanza svolge un ruolo sempre più rilevante, l’unica via possibile per cercare di ridurri gli squilibri nel mondo della produzione di beni e servizi è quello di proporre modelli e sviluppare modelli che muovano nella direzione di un maggiore allineamento tra le pratiche di gestione manageriale esistenti in occidente e quelle dei paesi in via di sviluppo.
    Sotto questo profilo le imprese dei paesi del nord Europa hanno capito da tempo che la competizione sulla responsabilità sociale paga.
    L’Italia purtroppo è ancora indietro e non ha ancora saputo sviluppare una via originale al Responsible Sourcing.
    In questo scenario vi è un attore che potrebbe ritagliarsi un ruolo fondamentale: la rete delle Camere di Commercio Italiane all’Estero in quanto costituita nodi che mettono in collegamento la comunità di business Italiana e quella locale.
    Proprio le CCIE potrebbero diventar il catalizzatore di buone prassi di CSR attraverso diverse attività che abbiano come fine la diffusione, anche presso le Piccole e medie imprese, di un nuovo modo di competere su scala globale.
    Qualità, creatività, passione per il dettaglio, flessibilità sono da sempre le leve competitive delle nostre imprese.
    Oggi bisogna arricchire lo spettro delle leve puntando maggiormente su sostenibilità e responsabilità sociale.
    Alle imprese il compito di comprendere come sempre più, in futuro, vinceranno reti di fornitura sempre più attente a ridurre rischi di interruzione di forniture o di caduta della reputazione dovuti a non conformità rispetto alla social compliance, alla sicurezza e all’ambiente.
    Alle CCIE il compito di accompagnare le imprese lungo questa via lunga e impegnativa ma avendo la certezza che la regolamentazione e il controllo cogente non bastano ma occorre sviluppare e implementare strategie competitive che fanno perno proprio sulla riduzione di squilibri nelle prassi di impresa.
    Questo percorso è l’unico che può proporsi come alternativa alle sciocche tentazioni di un ritorno all’autarchia come reazione alle distorsioni e squilibri che la prima fase del processo di globalizzazione ha portato nel mondo.
    L’Italia ha il dovere di provarci.

Add Comment

Your email address will not be published. Required fields are marked *